Se hai letto i primi tre articoli di questa serie, conosci già il profilo di cui sto parlando: donne che tengono insieme i team senza essere riconosciute, che non riescono a godersi davvero un successo perché il perfezionismo non lascia tregua, che restano sempre un passo indietro rispetto alle proprie decisioni perché cercano conferme che non arrivano mai abbastanza.
Quello che vorrei chiarire qui è un punto specifico: la Psicoterapia Breve
Strategica, il modello sviluppato da Giorgio Nardone insieme a Paul Watzlawick, non è semplicemente "una terapia che funziona anche per questo". È un metodo che si adatta a questo profilo in modo quasi sorprendentemente preciso — per ragioni strutturali, non solo di contenuto.
Le donne di cui parliamo sono, quasi per definizione, straordinariamente competenti nel risolvere problemi — è esattamente per questo che finiscono per diventare il collante indispensabile di ogni team in cui lavorano. Il loro punto debole non è la capacità di analizzare e agire: è che tutta questa capacità viene rivolta sistematicamente verso l'esterno, verso i problemi degli altri, e quasi mai verso il proprio.
La Psicoterapia Breve Strategica non chiede di "aprirsi", di esplorare vissuti per settimane, di affidarsi passivamente a un processo lungo e indefinito. Chiede di applicare — su di sé, per una volta — lo stesso approccio pragmatico e orientato all'obiettivo che già usano ogni giorno per gli altri: definire il problema con precisione, individuare cosa lo mantiene vivo, agire con tecniche mirate. È un metodo che incontra queste donne nel loro stesso linguaggio, invece di chiedere loro di impararne uno nuovo.
C'è un paradosso quasi comico in chi è sempre troppo occupata per prendersi cura di sé: spesso è proprio la mancanza di tempo a tenerla lontana dall'idea di iniziare un percorso terapeutico, perché immagina anni di sedute settimanali da aggiungere a un'agenda già satura.
Un modello che punta a un cambiamento percepibile già nelle prime sedute
— con una media di 7 incontri secondo i dati pubblicati dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo — non è solo più pratico. È coerente con la logica stessa del problema che si sta affrontando: non aggiunge un ulteriore compito infinito alla lista di una donna già sovraccarica, ma la aiuta a togliere, in tempi definiti, uno dei pesi che quella lista rendono così pesante.
Il terzo motivo: non serve sentirsi "abbastanza rotte" per iniziare
Un ostacolo enorme, per queste donne, è la sensazione di non avere "il diritto" di chiedere aiuto: in fondo funzionano, hanno successo, tengono tutto insieme — a che titolo dovrebbero sedersi da una terapeuta?
Qui vale la pena ricordare un fatto poco conosciuto sul modello di Nardone:
non è nato e non resta confinato al trattamento della sofferenza clinica conclamata. Lo stesso impianto di "problem solving strategico" è stato applicato da Nardone in ambito manageriale, aziendale, e persino con atleti e artisti di alto livello, per migliorare prestazioni già eccellenti. È un modello in continua evoluzione e che il terapeuta cuce su misura, come un abito sartoriale, sulla situazione della singola persona e questo lo rende naturalmente adatto anche a chi non ha necessariamente una patologia conclamata, ma semplicemente si sente stanca di funzionare in un modo che non la rappresenta più.
Il quarto motivo: lavora esattamente sui meccanismi di cui abbiamo parlato
Il concetto cardine di questo modello è la "tentata soluzione": tutto ciò che una persona fa, con le migliori intenzioni, per gestire un problema, e che invece lo mantiene in vita. Applicato a questo profilo specifico, significa lavorare direttamente su:
- l'aiuto costante prestato agli altri, che sembra la soluzione ma è ciò che alimenta l'invisibilità (di cui ho parlato a proposito del glue work); - il controllo perfezionista, che sembra garantire l'eccellenza ma la blocca; - la ricerca di conferme, che sembra rassicurare ma aumenta l'insicurezza.
Non sono consigli generici su "come stare meglio". Sono interventi mirati su esattamente i tre meccanismi descritti negli articoli precedenti — costruiti apposta per essere interrotti, non solo compresi a livello intellettuale.
C'è un'ultima cosa che vale la pena dire chiaramente: questo modello non chiede di diventare un'altra persona, più remissiva o più disinteressata al proprio lavoro. Chiede di restare esattamente la professionista capace che sei, togliendo di mezzo gli schemi che ti costano più di quanto ti diano — in un tempo compatibile con la vita che stai già vivendo, non con quella ideale che non hai.
Se ti riconosci in questo profilo e senti che è il momento di applicare a te stessa la stessa lucidità che applichi ogni giorno al lavoro degli altri, scrivimi per fissare un primo colloquio.
Dott.ssa Sara Strufaldi
Psicologa Psicoterapeuta Firenza