Rispondi ai messaggi anche di sera. Ricordi la scadenza che tutti gli altri avevano dimenticato. Ti accorgi per prima quando un collega è in difficoltà e trovi il modo di alleggerirgli il carico, senza che nessuno te lo chieda. Tieni insieme, con discrezione, i pezzi che altrimenti si perderebbero.
E poi arriva il momento delle promozioni, dei riconoscimenti, dei bilanci di fine anno. E tu non sei nella stanza.
Se ti riconosci in questa descrizione, non è un caso isolato: ha un nome, ed è stato osservato e documentato.
Nel 2018 l'ingegnera Tanya Reilly ha coniato il termine "glue work"(letteralmente "lavoro-colla") per descrivere tutte quelle attività che tengono insieme un team o un progetto — coordinare, documentare, fare da mentore ai nuovi arrivati, sistemare ciò che altrimenti andrebbe in pezzi — ma che raramente compaiono in un mansionario o in una valutazione di carriera. È un lavoro reale, necessario, spesso decisivo per il successo di un
progetto. Ma è un lavoro valorizzato raramente, anche quando è evidentemente prezioso.
La cosa interessante — e per certi versi inquietante — è che questo tipo di compiti non si distribuisce a caso tra uomini e donne. Le economiste Linda Babcock, Maria Recalde e Lise Vesterlund hanno condotto ricerche su questo esatto fenomeno, pubblicate anche sulla Harvard Business Review:
hanno osservato che le donne si offrono più spesso degli uomini per i cosiddetti compiti "non promuovibili", e che vengono anche più frequentemente chiamate a farlo da colleghi e responsabili. Non per scarsa ambizione, ma perché — in modo silenzioso e sistemico — ci si aspetta da loro proprio quel tipo di disponibilità.
Il risultato è una spirale: più sei brava a tenere insieme le cose, più te ne vengono affidate altre, meno tempo e visibilità ti restano per il lavoro che invece "conta" agli occhi di chi decide le carriere.
Fin qui, la storia potrebbe sembrare solo una questione organizzativa, di equità sul lavoro. Ma chi la vive sa che c'è un secondo livello, più intimo: quello emotivo.
Quando per anni la tua identità professionale si costruisce intorno all'essere quella su cui tutti possono contare, a un certo punto smetti di chiederti cosa vorresti tu. Diventi bravissima a leggere i bisogni degli altri e sempre più distante dai tuoi. Ti senti stanca in un modo che il weekend non risolve. E, paradossalmente, proprio mentre sei più indispensabile che mai, ti senti sempre più invisibile — anche a te stessa.
Non è debolezza. È l'esito prevedibile di un meccanismo che si autoalimenta.
Lo psicoterapeuta e Professore Giorgio Nardone, nel suo libro
“Psicotrappole” (2013), descrive con precisione clinica come funzionano queste dinamiche: comportamenti che all'inizio funzionano — e per questo li ripetiamo — ma che, ripetuti senza sosta, si trasformano nella prigione da cui poi non riusciamo più a uscire da soli. Una di queste è quella che lui chiama "l'aiuto che danneggia": essere sempre disponibili per gli altri, a scapito di sé, sembra la soluzione (ti fa sentire utile, apprezzata, al sicuro), ma è proprio questa "soluzione" a mantenere vivo il problema, giorno dopo giorno.
Il punto centrale, ed è anche il punto più liberatorio, è che questo tipo di schema non si risolve dicendosi "da domani impongo dei limiti" o leggendo l'ennesimo articolo sull'assertività. Si tratta di un meccanismo relazionale e comportamentale consolidato, che si è costruito nel tempo e che richiede un lavoro mirato per essere disinnescato — non un atto di volontà, ma un percorso.
Se ti sei ritrovata in queste righe — nella stanchezza di essere sempre la colla che tiene insieme tutto e tutti, senza che nessuno tenga insieme te — è un buon punto di partenza. Significa che stai vedendo con chiarezza un meccanismo che per molto tempo è rimasto invisibile anche ai tuoi occhi.
Nei prossimi articoli approfondirò due meccanismi strettamente collegati a questo: il perfezionismo come trappola psicologica e il bisogno costante di conferme. E parlerò di come la terapia breve strategica, il modello sviluppato da Giorgio Nardone, lavori proprio su questi schemi in tempi contenuti e concreti.
Se in queste parole hai riconosciuto la tua storia, e senti che è il momento di occuparti di te con lo stesso impegno che dedichi agli altri, puoi scrivermi per fissare un primo colloquio.
Dott.ssa Sara Strufaldi
Psicologa Psicoterapeuta Firenza