C'è un tipo particolare di stanchezza che non dipende da quante ore lavori, ma da quanto tempo passi a controllare, ricontrollare, correggere quello che hai già fatto bene. È la stanchezza di chi non riesce mai davvero a dirsi "va bene così".
Molte donne competenti, stimate, arrivate a posizioni che altri definirebbero un successo, vivono con la sensazione costante di dover dimostrare qualcosa — come se il riconoscimento ottenuto fosse un errore altrui, una fortuna, una bugia che prima o poi qualcuno scoprirà.
Un fenomeno che ha un nome dal 1978
Questa esperienza è stata descritta per la prima volta in modo sistematico da due psicologhe americane, Pauline Clance e Suzanne Imes, in uno studio del 1978 dedicato proprio a donne di grande successo professionale e accademico. Le due ricercatrici notarono un pattern ricorrente: nonostante risultati oggettivamente eccellenti, molte di queste donne non riuscivano a interiorizzare i propri successi, attribuendoli a fortuna, tempismo o sforzo straordinario — mai alla propria reale competenza. Da quello studio nasce il concetto oggi noto come "sindrome dell'impostore". La psicoanalista e scrittrice Clarissa Pinkola Estés nel suo libro “Donne che corrono coi lupi” del 1992, parla di “Sindrome dell’Arpia” per descrivere un concetto simile.
Chi vive questa dinamica tende a sviluppare due comportamenti speculari: da un lato un lavoro instancabile per "essere all'altezza" (che porta a un sovraccarico cronico, mai davvero ripagato dalla soddisfazione), dall'altro una modestia sistematica — minimizzare i propri meriti, restare defilate, lasciare che il merito venga attribuito ad altri o al "lavoro di squadra". È lo stesso meccanismo di invisibilità di cui parlavo nell'articolo precedente sul glue work, ma qui l'origine è più interna: non è (solo) che il contesto non ti valorizza, è che una parte di te fatica a permetterselo.
Nel linguaggio comune il perfezionismo viene spesso presentato quasi come un pregio ("sono troppo perfezionista" detto con un mezzo sorriso). Giorgio Nardone, nel suo lavoro clinico raccolto nel libro “Psicotrappole”, propone una lettura diversa e più utile: molte delle nostre difficoltà psicologiche nascono proprio dall'irrigidimento di una risorsa che, in origine, funzionava bene. Il perfezionismo è un esempio calzante — nasce come spinta a fare bene, ma quando diventa una regola rigida e senza eccezioni, smette di essere una risorsa e diventa una gabbia che limita la spontaneità, impedisce il riposo e non lascia spazio all'errore, che è invece parte fisiologica di qualunque percorso, anche il più eccellente.
Il paradosso è evidente: più cerchi la perfezione assoluta, più ti allontani dall'eccellenza reale, quella che ha bisogno di margini di libertà, di rischio, di imperfezioni tollerabili per potersi esprimere.
Chi vive questo schema lo sa: consigli come "dai meno peso alle cose", "concediti di sbagliare", "vogliti più bene" — per quanto pieni di buone intenzioni — quasi mai producono un cambiamento reale. Non perché la persona non li capisca, ma perché il perfezionismo e il bisogno di dimostrare non sono opinioni da correggere: sono un modo di percepire e reagire alla realtà, costruito nel tempo, mantenuto ogni giorno da specifici comportamenti — il controllo ossessivo dei dettagli, il bisogno di rassicurazione, l'incapacità di delegare, la fatica a ricevere un complimento senza sminuirlo.
È qui che l'approccio della terapia breve strategica, il modello sviluppato da Giorgio Nardone insieme a Paul Watzlawick, fa una differenza concreta rispetto ad altri tipi di intervento: non si concentra sul "perché" — sulle origini remote, familiari o infantili — ma sul "come" il problema si mantiene oggi, nel presente, attraverso quello che in questo modello viene chiamato "tentata soluzione": tutto ciò che la persona fa, in buona fede, per gestire il problema, ma che di fatto lo alimenta senza risolverlo mai davvero.
Lavorando su questo meccanismo specifico, con tecniche mirate e non con generiche rassicurazioni, è possibile ottenere i primi cambiamenti percepibili già nelle prime sedute, senza dover attraversare anni di analisi delle cause remote.
Se ti riconosci in questa fatica — il bisogno di essere sempre all'altezza, la difficoltà a godere davvero dei tuoi risultati, la modestia che ti tiene un passo indietro anche quando il merito è tutto tuo — è importante sapere che non si tratta di un tratto della tua personalità da accettare passivamente, ma di uno schema che può essere affrontato e modificato in tempi definiti.
Nel prossimo articolo parlerò di un'altra faccia della stessa medaglia: il bisogno costante di conferme e la difficoltà a dire di no, e di come questo si intrecci con tutto ciò che abbiamo visto finora.
Se senti che è il momento di guardare da vicino questo schema, con qualcuno che possa aiutarti a interromperlo davvero, scrivimi per fissare un primo colloquio.
Dott.ssa Sara Strufaldi
Psicologa Psicoterapeuta Firenza